
Se fosse un fiore, Sophie sarebbe una calla. Con lo stelo alto e slanciato, i petali bianchi come la sua pelle, i pistilli gialli come i suoi capelli.
Ci siamo conosciuti per caso, Sophie ed io. Era un bel lunedì di autunno, al sesto piano di un edificio moderno. Ricordo ancora la luce che riflettevano i suoi occhi, illuminati dal sole che filtrava dalla grande vetrata alle nostre spalle. Non èstato un colpo di fulmine, con Sophie. Ci ha messo almeo 24 ore per conquistarmi. Ma poi, non mi ha più perso.
Di quel pranzo ricordo il sorriso, così luminoso e solare. E le mani, la grazia con cui le muoveva e accompagnava i discorsi che mi faceva. Mi ha parlato più con le mani che con le labbra.
Sophie non ha molti peli sulla lingua, sa sempre quello che vuole e va dritta al sodo. Per questo mi ha chiesto di raggiungerla a cena. Da lei. Ho provato a resisterle, ma era già scritto che doveva accadere. Sono uscito dalla palestra che pioveva. Viale Monza è lungo e snervante, ma quando piove è ancora più lungo e più snervante. La tuta da ginnastica in acetato fa in fretta a bagnarsi, e si appiccica alla pelle come carta moschicida. E' fastidiosa.
Ho divorato i quattro piani di scale in un solo sorso. Sono arrivato sull'ultima rampa e mi son reso conto di quanto fossi ridicolo, così bagnato pe rla pioggia e affannato per la corsa. Ho sperato che lei non fosse alla porta ad aspettarmi. Per fortuna il sugo stava friggendo, così lei doveva badarci e mi ha lasciato la porta socchiusa, senza accogliermi. Ho avuto il tempo di ristabilire un battito semi-normale del cuore, prima di entrare. E' durato poco. Ho attraversato la soglia e ha avuto un tonfo. Era solo la calma prima della tempesta. I battiti sono schizzat di nuovo a centoventi. Ma questa volta non era colpa dell'affanno. Era la casa. Erano le candele. Era il profumo di pasta all'amatriciana. Era l'aria. Era lei.
Sono andato a casa sua per una "visita di passaggio". Anche quando ho cominciato ad accarezzare il suo viso, accoccolato sulla mia gamba, ero convinto che sarebbe stato solo un "mordi e fuggi". Illuso. Già alla terza carezza cominciavo a sentire sui polsi il freddo aciaio delle manette che si stringevano. Quando le mie labbra hanno assaggiato le sue, nella mente è risuonato l'eco della doppia mandata del secondino di San Vittore. Definitivamente incastrato.
Col tempo ho imparato a conoscerla, ad amarla, a farla felice. Ma Sophie, Sophie è come l'aria: non la puoi incastrare.
Uno più famoso di me diceva:
E ho guardato dentro casa tua
e ho capito che era una follia
avere pensato che fossi soltanto mia
Sophie è insicura, instabile, inaffidabile.
Io amo Sophie.
Sophie non esiste.
O almeno, non nel mondo fisico che noi comunemente abitiamo.
Per dirla tutta, non si chiama nemmeno Sophie.