Un po' ingenuo, un po' testardo,ma di sicuro allegro e pieno di gioia di vivere. E' così che mi sento, proprio come Carl Attrezzi, un po' sgangherato, arugginito, con poco tra le mani e molto nel cuore.
Ho uno strano modo di raccontare le cose che mi accadono. Tendo ad amplificare, ad enfatizzare, ad ingrandire. Non nel senso che faccio le cose più grandi di quel che sono, quanto piuttosto che cerco sempre di trasferire, nel mio parlare, le stesse emozioni che ho provato nel viverle. E' caratteristica dei gemelli, d'altronde, vivere la vita con piena intesità, dato il nostro carattere infuocato e passionale.
Mi son sempre chiesto se questa mia irruenza non potesse generare, nell'interlocutore, un qualche sospetto di "faziosità". Temevo infatti che potessi risultare come i giullari dei tempi antichi, quando le storie e la storia venivano tramandate per passaparola da viandanti e menestrelli che spesso ricamavano con la fantasia attorno ai fatti realmente accaduti. Questo mio tarlo si è intensificato ultimamente, dato il periodo particolarmente denso di ghiotte occasioni e fantastici avvenimenti che sto vivendo.
Tempo fa una persona a me molto cara, nel culmine del mio innamoramento e del suo contrario distaccamento, mi ha sputato in faccia tutto quanto temevo, senza zollette di zucchero e senza mezzi termini. "Ti succedono cose normalissime, ne' più ne' meno di quello che succede al 90% dei tuoi simili. Eppure chissà perchè tutto ciò che accade a te dalla tua bocca appare come inevitabile, inimitabile, più bello e più interessante di tutto quello che accade agli altri." Mi ha accusato, insomma, di romanzare tutto quello che raccontavo.
E' stato come ricevere una pentola d'olio bollente in testa. Ho smesso di parlare delle mie cose. Poche persone, davvero molto poche, conoscono tutto quello che ho vissuto e che mi è capitato da febbraio ad oggi. Anzi, ad oggi nessuno conosce TUTTO. Tra i pochi di cui mi sono fidato alcuni sanno alcune cose, altri ne conoscono altre. Non per sfiducia nei loro confronti, ma per timore di essere ancora bollato come "romanziere", quando invece mi considero semplicemente ENTUSIASTA.
Qualche giorno fa il destino mi ha fatto conoscere una persona. Per puro caso, in una situazione totalmente avulsa e strana. Pur essendo un perfetto sconosciuto, con una semplice domanda mi ha dato il la per rovesciargli addosso parte delle emozioni che avevo appena finito di vivere. Ho cominciato a parlargli, a raccontargli quello che avevo appena finito di vivere, i "pugni nello stomaco" che mi ero andato a cercare e mi ero trovato, le emozioni che avevo provato. Forse proprio l'essere lui uno sconosciuto mi ha dato il coraggio di aprirmi. Dopo un po' che parlavo mi son bloccato. Colto dall'improvviso terrore di risultare ancora una volta "romanzesco". Eppure, lui ha incalzato chiedendomi ulteriori dettagli, consigli, aneddoti. Ho visto nei suoi occhi la voglia di sapere, di conoscere, di provare le stesse cose che avevo appena finito di provare io. E (credo) il bisogno di ricevere uno stimolo a osare, a inseguire i suoi sogni anche se gli paiono così lontani e difficili da realizzare. Ho visto in lui gli occhi di un bambino che ha la voglia e la paura di salire sulla giostra. Quegli occhi mi hanno rincuorato, facendomi di nuovo sentire entusiasta invece che enfatico, romanziere e - in definitiva - inadeguato.
Andrea, prendi l'Africona e vai a dargli del GAAAAAAAASSSSSSSS!!! Così il bambino sarà salito in giostra e il giullare avrà tenuto fede al suo impegno.

Chi sta bene e' fermo.
Perche' chi sta bene si ferma. Si raggiunge la pace e ci si siede sugli allori.
Grave errore. La vita e' un divenire, e non bisogna mai fermarsi.
I pesci non sono mai fermi.
Mi son sempre chiesto come fanno a dormire, i pesci. Non c'e' mai un punto in cui non ci sia corrente. Si, l'acqua e' calma, ma mai ferma.
I pesci, quindi, non possono stare bene?
Oppure sono io, che non devo fermare la corrente quando sto bene?
Io sto bene nel mio divenire.
(grazie Sara)
Qualche tempo fa mi son fatto portar fuori a cena dalla Chicca. La Chicca e' una gran donna, la sua raggiante solarita' fa pandane con il mio inguaribile ottimismo e il suo sorriso mi mette sempre di buonumore. E' una specie di Alice nel paese delle meraviglie un po' cresciuta.. ma solo un po', per fortuna. Con lei posso parlare di tutto, senza pudore, senza imbarazzi
Siamo finiti a parlare di rapporti, di amore, di liberta', di esigenze. Le solite vecchie storie delle due meta' della mela, dell'anima gemella, del significato dell'amore... storie trite e ritrite, che nessuno di noi due sente piu' come proprie. Abbiamo preso spunto da un brano tratto da uno dei libri di Fabio Volo, quel pazzo furioso di un bresciano che nella sua semplicita' e schiettezza riesce a scrivere pagine di angosciante genialita'.
Ho imparato sulla mia pelle, che l'amore vero non e' guardarsi negli occhi, quanto piuttosto guardare nella stessa direzione. Si, ok, questa e' una banalissima frase da Baci Perugina, ma nasconde una riflessione molto profonda che ho sviscerato negli ultimi tempi.
Ho imparato a stare bene da solo, a stare bene con me stesso. Ho riscoperto il gusto delle piccole cose, di vivere la vita alla giornata, senza fare piani dettagliati o fissare scadenze e deadline. Sara' che le mie dodici ore quotidiane di agenzia vivono di scadenze e deadline; ho sviluppato un rigetto per l'agenda blindata.
Ed e' cosi' che ho capito, che e' facile innamorarsi di una persona quando si e' soli. Ma in realta' non e' vero amore, e' solo la soddisfazione di un bisogno primario. L'incapacita' di stare da soli, ci porta ad aggrapparci disperatamente ad un altra persona. Non e' vero amore, e' ricerca di un appoggio, di un sostegno, di un aiuto, che riesca a sopperire alla nostra incapacita' di stare da soli.
Il vero amore, non e' stare con una persona per prendere, quanto piuttosto per dare. Il vero amore e' avere qualcosa da dare ad una persona e provare gioia nel donarsi. E come si puo' fare questo se non si ha nulla da dare, se la ricerca dell'anima gemella e' orientata dal bisogno di compensazione e non dal desiderio di condivisione?
Nel suo ultimo romanzo, il bresciano ha stimolato in me un pensiero profondo sul significato di famiglia. Riassumendo, il concetto che esprime e': la famiglia non deve essere il sogno, il fine. La famiglia deve essere qualcuno con cui condividere i propri sogni.
Ho riflettuto molto su questo significato di famiglia, e piu' in generale sul ruolo e il peso dei sogni nei rapporti di coppia. Ho sempre sacrificato i miei sogni in nome della coppia e solo ora mi rendo conto di quanto in realta' sarebbe stato piu' bello manterere i miei sogni e condividerli con la persona che amo.
La vera gioia e' avere accanto qualcuno che condivide la gioia della realizzazione di un sogno.
E, di contro, e' condividere la gioia per la realizzazione di un sogno altrui.
Appesa all'armadio di camera mia ho una cartolina. E' nera, con una grande stella al centro e una scritta in argento lucido. Mi e' stata regalata da una persona che per un certo periodo della mia vita ha significato molto. E un giorno, dopo l'ennesima litigata, ha capito una verita' fondamentale: sentirsi liberi non e' un'idea... e' un'esigenza di vita.
Ora, dove sta il confine tra liberta' e condivisione? Fino a che punto dobbiamo difendere la nostra posizione di liberta', e fino a quale altro punto dobbiamo invece sacrificarci per il bene di coppia?
In questa fase della mia vita, credo che non sia poi cosi' necessario tracciare questo confine. Se il presupposto del rapporto e' la condivisione e non la compensazione, la dicotomia tra i due concetti viene a cessare di esistere.
La liberta' diventa il piacere della condivisione e la condivisione diventa il mezzo della liberta' espressiva.
Cosa c'entrano i tortelli di zucca?
I tortelli di zucca rappresentano la soluzione facile.
Quando si e' soli, la soluzione piu' facile ai propri problemi di cuore e' cercare qualcuno a cui aggrapparsi, a cui appoggiarsi, da cui farsi compensare. Stare con quel qualcuno rappresenta la risposta a un bisogno primario: la sopravvivenza emotiva. Questo non e' amore. L'amore e' riuscire ad essere felici anche in quella che e' la vera rivoluzione: la quotidianita'.
Anche mangiare rappresenta la risposta a un bisogno primario: la sopravvivenza. Ma la sopravvivenza - in quanto bisogno primario - vive nella quotidianita', prima che nell'eccezionalita'.
E' facile stare bene quando si mangiano sempre tortelli di zucca.
Il difficile, e' riuscire a provare piacere anche mangiando la pasta in bianco.
La Chicca fa dei tortelli di zucca che sono la fine del mondo.