venerdì, 30 giugno 2006, ore 15:27

Ho molti ricordi del mio primo anno a Milano. Era il 1998, io avevo 20 anni e la metropoli era una sorta di dragone che mi ero intestardito di dover ridurre al mio piacere. Non mi sono subito adattato a questa città. Anzi, ho fatto molta fatica. Per molto tempo ho fatto su e giù da Trento tutti i week end e non potevo fare a meno di mettere ogni istante la realtà a confronto con i miei sogni e le mie illusioni di provincialotto emigrante.

Uno dei ricordi più vividi nella mia mente è di una mattina piovosa. Una giornata di pioggia come tante altre nell'autunno milanese. Ero in piazzale Lodi, aspettando la famigerata linea 90. Inveivo contro i goccioloni d'acqua che colavano dappertutto, contro l'ombrello che non ombrellava, contro le macchine che schizzavano.. inveivo contro tutto. Finchè non è arrivato al semaforo un tizio in moto. Era un Suzuki Gsx-r 1000. Lui aveva la tuta di pelle e il casco con la visiera oscurata.
- Ma pensa te sto sfigato, con sta pioggia va in giro tutto bardato.
Lui sta sicuramente peggio di me.
Poi ho guardato meglio la tuta e sul braccio aveva una patch con scritto "MOTOCICLISMO".
- Pensa te questo: io mi alzo la mattina per farmi il popò sui libri mentre lui si alza la mattina per prendere soldi per andare in moto.

Fede, cosa vuoi fare da grande?
Voglio fare quello che porta in giro le patch di una rivista di moto.




Qualche anno è passato, la laurea non l'ho ancora presa e lavoro felicemente in agenzia. Ma non ho mai smesso di credere nel mio sogno.

Si sa, sono cocciuto. Ma il risultato... beh, il risultato è qui sotto.
La copertina di Super Moto Tecnica che c'è qui a fianco nasconde il mio primo pezzo. E' tutto in regola: il titolo, la firma, le foto. Tutto. E strano ma vero, tutto l'articolo è scritto di mio pugno, very authentic original. Anche le analisi teniche! Non male per uno che di tecnica e motoristica ne capisce veramente poco. Anzi, dovrei dire ne "capiva" veramente poco, dato che a forza di notti insonni sui numeri arretrati potrebbero darmi la laurea in ingegneria honoris causa.

Bando alle ciance. L'articolo parla della nuova BMW F800S, che sono andato a provare un po' in città un po' in misto estraurbano. Il mezzo è davvero valido, una "killer application" tanto per i neofiti quanto per i motociclisti più esperti che non vogliono andare su un mezzo estremo. Il motore è davvero eccezionale, morbido in basso e sufficientemente cattivo in alto. Durante la prova mi sono preso qualche bella soddisfazione.

Sui prossimi numeri ci sarà forse occasione di leggere di nuovo mie parole, ma per ora già questo è un gran risultato, la realizzazione di un sogno.

Non c'è che dire, fare il portatore di patch è parecchio divertente.

E' in edicola. Costa un po' caro, ma i contenuti - a parte il mio articolo - sono di livello assoluto.

PS: e poi, diciamocelo. Sono proprio fotogenico!





PS: grazie Lollo.


CapitanFede
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venerdì, 30 giugno 2006, ore 11:39

... secondo me è un missile terra-terra!




CapitanFede
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categoria : emozioni, tester

venerdì, 30 giugno 2006, ore 11:18



Insomma, non è questione che sono uno che va forte....

E' che se non vado forte, come faccio a non far cadere una moto così piegata?
CapitanFede
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categoria : emozioni, tester

lunedì, 26 giugno 2006, ore 13:39

Dicono che i motociclisti siano animali da branco. Li si vede spesso sfrecciare sulle loro cavalcature luccicanti in gruppi da cinque, dieci, venti motociclette. Tutti compatti, uniti, sincronizzati: uno parte, tutti partono; uno sorpassa, tutti sorpassano; uno si ferma, tutti si fermano.
Poi i motociclisti organizzano i raduni. Incontri più o meno ufficiali, più o meno autorizzati, che riuniscono centinaia di bestie della stessa specie che si prodigano nelle peggiori nefandezze. Tutti felici di stare insieme, di condividere le stesse esperienze.
I motociclisti, poi, si salutano. Si, giuro, si salutano. Quando si incrociano ZAC! fuori indice e medio della mano sinistra in cenno di vittoria. Il significato originale di questo gesto è molto nobile, forse uno dei più nobili che io conosca: è il reciproco riconoscimento dell’altro come appartenente alla stessa specie. Implicitamente, inoltre, si vuole rassicurare l’altro che in caso di bisogno – moto in panne, benzina finita, motore fuso o zavorrina mestruata – potrà sempre trovare riparo, conforto e aiuto in chi gli fa il cenno.

Beh, non è mica vero.

Il motociclista è un animale da branco solo per puro opportunismo. La dimensione aggregativa si esplicita solo per uno scopo: mettere le gambe sotto a un tavolo e s-parlare. Sì, S-parlare.
Si dice tanto dei pescatori che al rientro dalle battute si sovrastano a vicenda in un crescendo che ha fine solo quando il cugino di qualcuno risulta essere il vero, unico, certificato killer del mostro di Lochness. Con un amo da 8 attaccato alla canna di bambù. Insomma, Sampei era un dilettante, a confronto.
I motociclisti non prendono pesci, ma sparano un sacco di cazzate. Anche qui, il crescendo di abominevolezze (si, il termine non esiste in italiano ma rende bene l’idea: licenza poetica.) ha fine solo quando il cugino di qualcuno risulta essere l’unico, vero, certificato dal Guinnes dei Primati sverniciatore di Valentino Rossi. Una sorta di Re della Futa o Principe del Penice. Poi chissà perché Valentino Rossi prende un sacco di soldi, mentre il cuggino di mio cuggino il sacco di soldi lo deve sborsare per pagare tutti i Velox che gli arrivano a casa. Alla fine una cosa in comune ce l’hanno: il servizio fotografico.
Inoltre, sono passati anni dall’ultima volta che ho visto un motociclista fermarsi a soccorrerne un altro in panne.

Il motociclista, per definizione, è un animale solitario. La prima, unica, vera compagna del motociclista non è la sua moto, non è nemmeno la sua passeggera: è la solitudine. Quando il motociclista infila il casco, si isola dal mondo ed entra in una dimensione di introspezione totale. L’unica distrazione dal dialogo con se’ stesso è la gestione degli automatismi di guida: acceleratore, freno, frizione, cambio. Tutt’al più può concedersi il lusso di giocare con il computer di bordo, se è un motociclista di ultima generazione. Basta. Nient’altro. Tutto il resto è pura e semplice convivenza con il proprio ego. Non c’è modo di comunicare con il mondo esterno, perché il mondo esterno è al di fuori della visiera, quindi non fa parte del cosmo motociclistico del momento. Gli unici rapporti con il mondo esterno sono cenni appartenenti a un codice gestuale che riporta il motociclista allo stato di uomo primitivo e gli permette di comunicare con i suoi simili all’unico scopo di soddisfare i bisogni primari: mangiare, pisciare, far benzina. Se, per pura questione di vecchiaia, il motociclista in questione è leggermente più evoluto, nel codice è inserito anche il gesto per avvertire chi lo segue di eventuali dissestamenti della strada. Ma ci vogliono anni ed anni d’esperienza per poter ricevere l’abilitazione ad utilizzare questa indicazione.

Bisogna andare molto d’accordo con se’ stessi, per essere motociclisti. Il casco diventa una sorta di Grande Fratello motoristico. Due o più personalità che convivono in una semisfera di 25 cm di diametro. Come i pesci del luna park. Solo che non c’è acqua, per fortuna.

Ho sempre fatto dei gran viaggi mentali, nel casco, mentre il mio corpo faceva dei gran viaggi fisici con la moto. Alla fine, non posso far altro che pensare, mentre vado in moto, percui tanto vale approfittarne. Passo con naturale disinvoltura dalle disquisizioni sull’essenza della vita, alle classiche domande esistenziali fino ad arrivare alle più banali ovvietà tipo “cosa cazzo vorrà adesso quella spia rossa lampeggiante sul cruscotto?”. Ci son stati dei momenti in cui mi sono addirittura fatto dei check-up medici: ho dialogato con il mio corpo.
Fede: hey, laggiù, come va?
Tricipite femorale sinistro: bene, tutto bene.
Fede: e li in mezzo?
Cuore: si, anche qui tutto bene. Solo, la prossima curva, vedi di arrivarci meno lanciato, che son stufo di andare a prendere il the con le tonsille!

Io con il mio ego ho un ottimo rapporto, per fortuna.
Anche se, ogni tanto, eccede in egocentrismo.
Ma non è un problema: lo butto giù dal sellino!
CapitanFede
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categoria : randagismo

venerdì, 23 giugno 2006, ore 14:45

Dal vivo incute un certo timore, oltre a sprigionare un incredibile fascino. L’impressione è quella di una che anche se le do del lei, ci mette veramente molto poco a scaraventarmi a terra. E’ una bella donna, consapevole del suo fascino e totalmente padrona della situazione. Non c’è modo di dominarla. Posso solo tentare di assecondarla.
Ed è ancora spenta.
Mi farò male, con questa cosa qui.

Mi avvicino, e la prima sensazione è: minchia che alta! Poi ci salgo, e capisco che quella sensazione era del tutto riduttiva. In realtà è molto più che alta. E’ un grattacielo a motore. Cadere da così in alto non dev’essere una bella esperienza. Per toccare terra devo sporgere tutto il culo dalla sella e togliere il cavalletto è tutt’altro che impresa facile.
Mi farò molto male, con questa cosa qui.

Giro la chiave e tutto s’accende. E’ un brillare unico di tachimetro, spie e computer di bordo.Par di essere a Las Vegas. Mi chiedo dove sia il contagiri, ma la risposta è perentoria: non serve. Devo solo dare gas a due mani e cambiare marcia quando sento che borbotta, perché vuol dire che sono in fuori giri. Studiando a fondo il cruscotto e i comandi noto un piccolo adesivo sulla piastra del manubrio che dice: “Non superare i 160 km/h”. Mh, bene, vuol dire che sto grattacielo a motore può andare anche più forte.
Mi farò malissimo, con questa cosa qui.

Faccio un respiro profondo. L’afa mi ammazza. Tiro la frizione. Tiro il freno anteriore. Schiaccio il tasto dell’avviamento. I due pistoni boxer sbattono la moto a destra e sinistra come un vecchio Guzzi. Mi spaventa. Mollo il tasto e tutto tace. Mi ri-sistemo sulla sella, per quanto possibile. Trovo una posizione sufficientemente sicura per non rischiare di farla cadere all’avvio successivo. Pianto il piede per terra. Ri-tiro le leve. Ri-schiaccio il tasto dell’avviamento. Resisto al balletto dei pistoni. E parte. E’ in moto. Le vibrazioni si stabilizzano. Posso rimettere un pezzo di culo sulla sella. Sono in un equilibrio sufficientemente stabile per dar ascolto alle sensazioni.
Il motore romba, ringhia, borbotta, scalpita. E’ come un purosangue dietro al canape del Palio di Siena. Sfioro l’acceleratore e in un battito di ciglia l’ago del contagiri schizza in altro. Lo scarico urla. Le manopole diventano le corna di un toro da domare nell’arena.
Tiro la frizione. Ingrano la prima. Clonk. Abbasso la visiera. Clack. Escludo dalle funzioni encefaliche le aree superflue per questi momenti. Tipo la coscienza. O lo spirito di sopravvivenza. Rilascio la frizione. Parto. Che leggero questo sterzo. Sono su una ruota. Merda, di già?
Morirò, con questa cosa qui.

“Le gomme son calde, ma entra piano. Prendi confidenza col mezzo. Stacca duro ma tieni marce alte, sbattila giù di forza in ingresso e falla scorrere in percorrenza. Quando vedi l’uscita, raddrizza e apri. Piano. Che altrimenti te la metti per cappello”. Ok. Ci sono. Ho tutto chiaro in mente.
Sto per morire, con questa cosa qui.

Corsia box. Non arriva nessuno. Immetto sul rettilineo. “Prendi confidenza col mezzo”. Sgrano la seconda. Sgrano la terza. Finalmente riappoggio l’anteriore. Posso prendere confidenza con il mezzo. Vedo la variante. Impunto la quinta. Leggo 180. Era meglio non leggere. Scalo in quarta per la sinistra di immissione. Freno. Forte. Raddrizzo. Butto la terza. Il posteriore fa il maleducato, scoda. Punto la pedana destra. Lei scende. A destra. No, non scende. Precipita. Percorro. Colpo di gas per tirarla su e risbatterla giù nella sinistra di uscita. Tocco il cordolo. Non se ne accorge. Apro. Spinge. Parecchio. 50 metri. Tornante a sinistra. Lungo. Con a metà un richiamo a destra, prima degli ultimi 90° a sinistra in uscita. Freno. Col coltello tra i denti. Scalo seconda. Scoppi dallo scarico. Scoda. Colpo di gas. Si scompone. “Tieni marce alte”. Rimetto la terza. Sono lungo. Sono troppo lungo. Sono nel prato. Non ce la farò mai ad inserirla. “Sbattila giù di forza in ingresso”. Merda. Merda. Merda. Sono morto. Ormai è solo una formalità. Punto la pedana sinistra. Sposto il peso sull’interno. Lei precipita di nuovo. Da sola. E’ inserita! Appoggio il piede interno sul catrame. La suola striscia. Ho il ginocchio allo sterno. “Falla scorrere in percorrenza”. Pelo il gas. La pedana tocca. CRRR. Il ginocchio è alla gola. Anche il cuore. Punto la destra di richiamo. Tiro un po’ su. Passo sul cordolo. Salta. Scalcia. Inserisco nella sinistra di chiusura. Peso sul culo. Piede interno che striscia l’asfalto. Il ginocchio è sopra alla mano interna. Striscia la pedana. Striscia il cilindro. “Quando vedi l’uscita…”. Vedo l’uscita. In piega. A metà curva. 50° di inclinazione o giù di li. Comunque MOLTO giù. “…raddrizza e apri”. Apro. Ma non raddrizzo…

E lei.. lei se ne sbatte altamente di essere con le orecchie per terra e mi alza l’anteriore puntandolo verso il cielo.
Non sono morto.
Non sono mai stato così vivo.



CapitanFede
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categoria : emozioni, tester

mercoledì, 21 giugno 2006, ore 22:32

Voglio vivere così
col sole in fronte
e felice canto
beatamente...
voglio vivere e goder
l'aria del monte
perchè questo incanto
non costa niente.


"Voglio vivere cosi'" - Ferruccio Tagliavini

CapitanFede
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categoria : liziero

martedì, 20 giugno 2006, ore 23:04

Non scrivero' dell'argomento su cui mi hai chiesto di scrivere.
Non so nemmeno se riusciro' a scrivere esattamente dieci righe, perche' non ho ancora capito come questo template gestisce l'impaginazione.
Ma ci provo.
Perche' voglio colpirti.
Perche' voglio stupirti.
Perche' voglio darti la scusa per regalarmi uno dei tuoi splendidi sorrisi.
Perche' e' tutta la sera che ti vedo al Roland Garros.
Ti vedo alla Scala.
Ti vedo a Cannes.
Ti vedo... sotto a 10 macchine appena rotolate giu' da una bisarca.

Mi sa che ho finito le 10 righe a mia disposizione.

CapitanFede
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categoria : liziero

martedì, 20 giugno 2006, ore 22:38

Chi sta bene e' fermo.


Perche' chi sta bene si ferma. Si raggiunge la pace e ci si siede sugli allori.


Grave errore. La vita e' un divenire, e non bisogna mai fermarsi.


I pesci non sono mai fermi.
Mi son sempre chiesto come fanno a dormire, i pesci. Non c'e' mai un punto in cui non ci sia corrente. Si, l'acqua e' calma, ma mai ferma.


I pesci, quindi, non possono stare bene?


Oppure sono io, che non devo fermare la corrente quando sto bene?


Io sto bene nel mio divenire.


 


(grazie Sara)

CapitanFede
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categoria : cogito

martedì, 20 giugno 2006, ore 22:15

Qualche tempo fa mi son fatto portar fuori a cena dalla Chicca. La Chicca e' una gran donna, la sua raggiante solarita' fa pandane con il mio inguaribile ottimismo e il suo sorriso mi mette sempre di buonumore. E' una specie di Alice nel paese delle meraviglie un po' cresciuta.. ma solo un po', per fortuna. Con lei posso parlare di tutto, senza pudore, senza imbarazzi


Siamo finiti a parlare di rapporti, di amore, di liberta', di esigenze. Le solite vecchie storie delle due meta' della mela, dell'anima gemella, del significato dell'amore... storie trite e ritrite, che nessuno di noi due sente piu' come proprie. Abbiamo preso spunto da un brano tratto da uno dei libri di Fabio Volo, quel pazzo furioso di un bresciano che nella sua semplicita' e schiettezza riesce a scrivere pagine di angosciante genialita'.
Ho imparato sulla mia pelle, che l'amore vero non e' guardarsi negli occhi, quanto piuttosto guardare nella stessa direzione. Si, ok, questa e' una banalissima frase da Baci Perugina, ma nasconde una riflessione molto profonda che ho sviscerato negli ultimi tempi.
Ho imparato a stare bene da solo, a stare bene con me stesso. Ho riscoperto il gusto delle piccole cose, di vivere la vita alla giornata, senza fare piani dettagliati o fissare scadenze e deadline. Sara' che le mie dodici ore quotidiane di agenzia vivono di scadenze e deadline; ho sviluppato un rigetto per l'agenda blindata.
Ed e' cosi' che ho capito, che e' facile innamorarsi di una persona quando si e' soli. Ma in realta' non e' vero amore, e' solo la soddisfazione di un bisogno primario. L'incapacita' di stare da soli, ci porta ad aggrapparci disperatamente ad un altra persona. Non e' vero amore, e' ricerca di un appoggio, di un sostegno, di un aiuto, che riesca a sopperire alla nostra incapacita' di stare da soli.
Il vero amore, non e' stare con una persona per prendere, quanto piuttosto per dare. Il vero amore e' avere qualcosa da dare ad una persona e provare gioia nel donarsi. E come si puo' fare questo se non si ha nulla da dare, se la ricerca dell'anima gemella e' orientata dal bisogno di compensazione e non dal desiderio di condivisione?


Nel suo ultimo romanzo, il bresciano ha stimolato in me un pensiero profondo sul significato di famiglia. Riassumendo, il concetto che esprime e': la famiglia non deve essere il sogno, il fine. La famiglia deve essere qualcuno con cui condividere i propri sogni.
Ho riflettuto molto su questo significato di famiglia, e piu' in generale sul ruolo e il peso dei sogni nei rapporti di coppia. Ho sempre sacrificato i miei sogni in nome della coppia e solo ora mi rendo conto di quanto in realta' sarebbe stato piu' bello manterere i miei sogni e condividerli con la persona che amo.
La vera gioia e' avere accanto qualcuno che condivide la gioia della realizzazione di un sogno.
E, di contro, e' condividere la gioia per la realizzazione di un sogno altrui.


Appesa all'armadio di camera mia ho una cartolina. E' nera, con una grande stella al centro e una scritta in argento lucido. Mi e' stata regalata da una persona che per un certo periodo della mia vita ha significato molto. E un giorno, dopo l'ennesima litigata, ha capito una verita' fondamentale: sentirsi liberi non e' un'idea... e' un'esigenza di vita.


Ora, dove sta il confine tra liberta' e condivisione? Fino a che punto dobbiamo difendere la nostra posizione di liberta', e fino a quale altro punto dobbiamo invece sacrificarci per il bene di coppia?
In questa fase della mia vita, credo che non sia poi cosi' necessario tracciare questo confine. Se il presupposto del rapporto e' la condivisione e non la compensazione, la dicotomia tra i due concetti viene a cessare di esistere.


La liberta' diventa il piacere della condivisione e la condivisione diventa il mezzo della liberta' espressiva.


Cosa c'entrano i tortelli di zucca?
I tortelli di zucca rappresentano la soluzione facile.


Quando si e' soli, la soluzione piu' facile ai propri problemi di cuore e' cercare qualcuno a cui aggrapparsi, a cui appoggiarsi, da cui farsi compensare. Stare con quel qualcuno rappresenta la risposta a un bisogno primario: la sopravvivenza emotiva. Questo non e' amore. L'amore e' riuscire ad essere felici anche in quella che e' la vera rivoluzione: la quotidianita'.


Anche mangiare rappresenta la risposta a un bisogno primario: la sopravvivenza. Ma la sopravvivenza - in quanto bisogno primario - vive nella quotidianita', prima che nell'eccezionalita'.


E' facile stare bene quando si mangiano sempre tortelli di zucca.
Il difficile, e' riuscire a provare piacere anche mangiando la pasta in bianco.


La Chicca fa dei tortelli di zucca che sono la fine del mondo.

CapitanFede
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categoria : cogito

lunedì, 12 giugno 2006, ore 00:00

Se fosse un fiore, Sophie sarebbe una calla. Con lo stelo alto e slanciato, i petali bianchi come la sua pelle, i pistilli gialli come i suoi capelli.
Ci siamo conosciuti per caso, Sophie ed io. Era un bel lunedì di autunno, al sesto piano di un edificio moderno. Ricordo ancora la luce che riflettevano i suoi occhi, illuminati dal sole che filtrava dalla grande vetrata alle nostre spalle.  Non èstato un colpo di fulmine, con Sophie. Ci ha messo almeo 24 ore per conquistarmi. Ma poi, non mi ha più perso.
Di quel pranzo ricordo il sorriso, così luminoso e solare. E le mani, la grazia con cui le muoveva e accompagnava i discorsi che mi faceva. Mi ha parlato più con le mani che con le labbra.
Sophie non ha molti peli sulla lingua, sa sempre quello che vuole e va dritta al sodo. Per questo mi ha chiesto di raggiungerla a cena. Da lei. Ho provato a resisterle, ma era già scritto che doveva accadere. Sono uscito dalla palestra che pioveva. Viale Monza è lungo e snervante, ma quando piove è ancora più lungo e più snervante. La tuta da ginnastica in acetato fa in fretta a bagnarsi, e si appiccica alla pelle come carta moschicida. E' fastidiosa.
Ho divorato i quattro piani di scale in un solo sorso. Sono arrivato sull'ultima rampa e mi son reso conto di quanto fossi ridicolo, così bagnato pe rla pioggia e affannato per la corsa. Ho sperato che lei non fosse alla porta ad aspettarmi. Per fortuna il sugo stava friggendo, così lei doveva badarci e mi ha lasciato la porta socchiusa, senza accogliermi. Ho avuto il tempo di ristabilire un battito semi-normale del cuore, prima di entrare. E' durato poco. Ho attraversato la soglia e ha avuto un tonfo. Era solo la calma prima della tempesta. I battiti sono schizzat di nuovo a centoventi. Ma questa volta non era colpa dell'affanno. Era la casa. Erano le candele. Era il profumo di pasta all'amatriciana. Era l'aria. Era lei.
Sono andato a casa sua per una "visita di passaggio". Anche quando ho cominciato ad accarezzare il suo viso, accoccolato sulla mia gamba, ero convinto che sarebbe stato solo un "mordi e fuggi". Illuso. Già alla terza carezza cominciavo a sentire sui polsi il freddo aciaio delle manette che si stringevano. Quando le mie labbra hanno assaggiato le sue, nella mente è risuonato l'eco della doppia mandata del secondino di San Vittore. Definitivamente incastrato.
Col tempo ho imparato a conoscerla, ad amarla, a farla felice. Ma Sophie, Sophie è come l'aria: non la puoi incastrare.

Uno più famoso di me diceva:
E ho guardato dentro casa tua
e ho capito che era una follia
avere pensato che fossi soltanto mia
Sophie è curiosa, dinamica, in continua evoluzione.
Sophie è insicura, instabile, inaffidabile.
Io amo Sophie.

Sophie non esiste.
O almeno, non nel mondo fisico che noi comunemente abitiamo.

Per dirla tutta, non si chiama nemmeno Sophie.

CapitanFede
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categoria : sophie